Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha raccontato in una telefonata con La7 il suo incontro con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni al G7 di Evian, sostenendo che la premier lo avrebbe “implorato” di farsi fotografare insieme e che la concessione del colloquio gli avrebbe fatto “pena”. Meloni ha replicato in un video pubblicato sui social da Bruxelles, dove si trova per il Consiglio europeo, dicendosi dispiaciuta che il presidente americano non mostri la stessa “determinazione” con gli alleati che riserva ai nemici dell’Occidente.

Raggiunto telefonicamente dal giornalista Daniele Compatangelo per la trasmissione “L’Aria che tira” di La7, Trump ha commentato il G7 di Evian spostando l’attenzione sulla premier italiana. Il presidente ha detto di non essere stato obbligato a parlarle e di aver acconsentito comunque al colloquio. “Non so cosa dirle, mi ha implorato di fare una foto con lei”, ha dichiarato, aggiungendo che “voleva una foto con me così tanto” e che alla fine “mi ha fatto pena”. Il contenuto della telefonata è stato diffuso questa mattina dall’emittente.

Nel video di replica, Meloni ha detto di non comprendere perché il presidente statunitense si comporti in questo modo con i propri alleati, sottolineando che non è la prima volta che accade. La premier ha aggiunto di rincrescersi che Trump non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente e degli Stati Uniti, nei confronti dei quali si dimostrerebbe invece più accondiscendente.

Le reazioni politiche

Il senatore del Partito democratico Filippo Sensi ha espresso solidarietà a Meloni su X, definendo “inqualificabili” le parole di Trump. Ha scritto che nessuno può permettersi un tono così arrogante con chi guida il governo italiano e che, pur dichiarandosi politicamente lontano dalla premier e dalla maggioranza di destra, ritiene inaccettabile che l’Italia venga trattata in questo modo.

Il leader di Azione Carlo Calenda ha definito Trump “un mentitore seriale” e “un bullo da operetta”, aggiungendo di non credere che Meloni abbia effettivamente implorato alcunché. Anche Calenda, come Sensi, ha chiesto che gli insulti vengano respinti perché lesivi dell’onore della Nazione, a prescindere dalla collocazione politica di chi li respinge.

Cosa aveva detto Meloni al G7

Nella conferenza stampa conclusiva del vertice di Evian, Meloni aveva definito il rapporto con Trump “immutato” nonostante le tensioni delle settimane precedenti. La premier aveva spiegato che tra i due non vi erano state recriminazioni e che il colloquio non si era concentrato su quanto accaduto di recente: “Io e Donald abbiamo un carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale”, aveva detto, aggiungendo che non c’era bisogno di chiarimenti reciproci e che il lavoro era ripreso “con la stessa naturalezza” delle occasioni precedenti.

Meloni aveva anche reso noto di aver incontrato Trump più volte nei due giorni di vertice, compreso un colloquio avvenuto pochi minuti prima della conferenza stampa finale. Interpellata sul clima dell’incontro, aveva smentito le ricostruzioni che lo descrivevano come informale, precisando che i temi trattati, dall’Iran all’Ucraina, erano stati seri.

Le tensioni precedenti

Il deterioramento dei rapporti tra Roma e Washington risale ad aprile, quando Trump criticò più volte papa Leone XIV, accusandolo di mettere in pericolo i cattolici per le sue posizioni ritenute troppo morbide sul programma nucleare iraniano. Meloni intervenne a difesa del pontefice, in un primo momento con cautela e poi con un comunicato più netto, incrinando un rapporto con il presidente americano che fino a quel momento era stato positivo.

Alle tensioni sul Vaticano si sono sommate quelle sulla crisi iraniana e sul dossier Hormuz. Trump arrivò a dichiarare al Corriere della Sera che Meloni “non è più la stessa persona” e che l’Italia non lo aveva aiutato sull’Iran, sostenendo che il rapporto tra i due non fosse più quello di prima. Roma ha intanto mantenuto invariata la propria posizione sulla necessità di un’autorizzazione parlamentare per un’eventuale missione navale a Hormuz.

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